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Gaspari, Paolo, I nemici di Rommel. I combattimenti sul Kalovrat il 24-25 ottobre 1917 nel racconto degli ufficiali italiani. Le battaglie di Caporetto, vol. I, Udine 2007 
 
Una figura, quella di Paolo Gaspari, particolare, suggestiva. Sociologo di partenza, libraio ed editore a Udine, appassionato ricercatore di storia agraria e della prima guerra mondiale, ha alle spalle un curriculum di notevole rilievo. Eppure il suo nome balza alle cronache per un pubblico più vasto a partire dal 2007, anno di pubblicazione de I nemici di Rommel. I combattimenti sul Kolovrat il 24-25 ottobre 1917 nel racconto degli ufficiali italiani, vol. I, Gaspari editore, Udine 2007, pp. 281. Il primo ottobre sul Corriere della Sera Dario Fertilio, in previsione del I Convegno di Rileggiamo la Grande Guerra: Esercito e popolazione: dall’invasione delle terre friulane e venete nell’autunno 1917, alla vittoria e alla pace previsto per i giorni 5, 6 e 7 ottobre 2007 a Udine, Cividale, Kobarid (Caporetto), preannuncia che il libro di Gaspari sarà "al centro dei dibattiti" di quei giorni. Sfogliando il primo volume, non è dato sapere al momento quanti altri ne seguiranno, colpisce la distanza tra ciò che minuziosamente Gaspari ricostruisce e quanto è stato mediato nel corso dei decenni dalla manualistica e non solo, poi consolidatosi nella memoria collettiva. Proprio questo mira a ribaltare l'operazione di Gaspari. Da storico di razza mira agli archivi, operazione che talvolta qualcuno affronta con disinvoltura, e inseguendo gli interogatori della Commissione istituita al termine del conflitto per conoscere le dinamiche del combattimento o la situazione che aveva portato alla resa il reparto che Badoglio aveva inviato a protezione dello sfilacciamento dei resti del suo Corpo d'armata lungo la circonvallazione di Udine, ha rinvenuto "il grande giacimento della memoria" conservato nell'Archivio dell'Ufficio Storico della Stato Maggiore dell'Esercito, ben 18.000 memoriali di ufficiali fatti prigionieri nel corso della guerra. Nessuno di questi memoriali fu mai pubblicato, fatta eccezione per quello di Carlo Emilio Gadda. Rimasti rigorosamente ordinati nelle filze dell'archivio, senza che nessuno li utilizzasse. In verità, ricorda Gaspari, il generale Adriano Alberti ne fece uso in un libro del 1922 rimasto inedito e comunque non aveva citato le fonti. In sintesi la ricostruzione porta a rivedere il giudizio sulle giornate di Caporetto e a rimuovere la damnatio memoriae cui furono consegnati i combattenti italiani, rimasti etichettati nelle parole dei diari degli ufficiali dell'esercito nemico: chi non ricorda le parole del giovane Rommel, quando descrive i soldati italiani consegnarsi al nemico senza combattere! Eppure non fu il valore o la debolezza che venne meno nei nostri soldati, piuttosto la chiara inferiorità tattica. I memoriali concordano nel descrivere un nemico che colpisce sempre ai fianchi o alle spalle, posizionato dietro una mitragliatrice leggera in grado di sparare 550 colpi al minuto, un drappello che in fretta si ritira. Una manovra veloce e precisa a cui tutti, ufficiali e soldati, erano stati addestrati; manipoli di pochi uomini, una dozzina, due mitragliatrici, sette fucilieri a protezione con molte bombe a mano a disposizione. Il coordinamento della manovra dei diversi reparti era garantito da segnalazioni tramite razzi, segnali ottici, radio e il controllo dal cielo che permetteva di conoscere posizione ed entità delle truppe italiane. Una strategia di guerra, quella adottata dal Comando Supremo tedesco, che mirava ad armonizzare “fuoco e movimento, con il minor numero di perdite per la fanteria”, basata su un minuzioso addestramento e nata, come conferma Ludendorff nelle sue Memorie di guerra, grazie anche allo studio di un opuscolo trovato nelle trincee francesi. La prima applicazione avvenne sul Kalovrat e sorprese le truppe italiane; allo stesso modo la strategia militare tedesca funzionò in Francia qualche mese dopo, ma a differenza di Cadorna che non aveva armate di riserva, il Comando supremo francese potè schierare le sue armate di riserva per rimpiazzare le perdite, spostando velocemente le truppe con i treni. Quello che impressiona è, di fronte a questa nuova strategia, l’impotenza dell’esercito italiano. Scrive Gaspari: «Di fronte a questa tattica e a questa potenza di fuoco di armi automatiche individuali gli italiani potevano opporre il solo addestramento avuto per la guerra di trincea: fermi a difesa, attenzione maniacale ad avere i collegamenti ai fianchi, mitragliatrici fisse, appoggio e protezione dell’artiglieria, camminamenti e gallerie per mettersi al riparo, assalto alla baionetta. Nessun addestramento alla manovra, nessuna esercitazione a rispondere a un attacco alle spalle, gravi deficienze nel reclutamento del personale addetto alle pistole mitragliatrici e istruzione assolutamente inadeguata dei mitraglieri … l’unica arma che avrebbe potuto in qualche modo contrastare la mobilità delle mitragliatrici leggere.» Sola opportunità per l’esercito italiano era l’assalto alla baionetta, che i tedeschi, se in posizione svantaggiosa, evitavano ritirandosi repentinamente, mentre avevano buon gioco a colpire i soldati italiani quando si fossero trovati in posizione favorevole come sul Bukova Jeza o il Monte Piatto. Le testimonianze degli ufficiali italiani sono importanti, non solo perché dànno la misura della sproporzione tattico-strategica e della dotazione degli armamenti, ma anche e soprattutto perché consentono di smentire la quasi olografica ricostruzione tedesca della battaglia sul Kolovrat e a Passo Zagradan, dove peraltro si manifestò in modo più evidente lo scarto tra i due eserciti. Testimonianze che grazie alla sagacia di Gaspari diventano oggi fonti insostituibili per ricostruire momenti “frustranti” della nostra stpria patria, ma anche monito per un certo fare tipicamente italiano, migliaia di pagine, per dirla con il nostro autore, che rappresentano «lo specchio di un popolo che finalmente può fare i conti con la battaglia più importante della sua storia» 
 
le garzantine. Medioevo, Garzanti, Milano 2007 
 
Fresca di stampa, l'odore della carta che promana questo grosso volume. Un'enciclopedia sul Medioevo sotto la guida (consulenza scientifica e revisione generale) di Glauco Maria Cantarella, coadiuvato da Luigi Russo e Saverio Sagulo. Impossibile fare un resoconto delle 1746 pagine (escluse le 14 iniziali comprensive del frontespizio, dell'indice, della presentazione e quant'altro). La prima cosa che mi viene è di chiedermi perché? Il mercato era in qualche modo ben frequentato da recentissime pubblicazioni: il Dizionario del Medioevo di Chiara Frugoni e Alessandro Barbero (e nella Garzantina fa piacere trovare tra gli studiosi del medioevo una scheda sul sempre compianto Arsenio Frugoni) e il Dictionnaire du Moyen Age curato dalla Gauvard,  da de Libera e  Zink, entrambi usciti nel 2002; nel 2003 e nel 2004 sono usciti rispettivamente il primo e il secondo volume del Dizionario dell'Occidente medievale, curato da Le Goff e Schmitt. Non facciamo cenno del Dizionario Universale del Medioevo di Bunson, uscito nel 2002 e  rivisto per l'edizione italiana da Ludovico Gatto; il lavoro ci sembra decisamente meno efficace e pure un medievista di lungo corso come Gatto non può dare a Bunson il mestiere.  
La Garzantina ha la classica impostazione enciclopedica, le voci sono il frutto del lavoro redazionale, alcune molto calligrafiche, altre più incisive; mentre di buona fattura sono le schede di approfondimento, ma tra queste un qualche interesse suscita l'approfondimento di Gabriele Zanella (Eretico chi?, pp. 591-2), che in due paginette fitte fitte discute dell'identità dell'eretico bassomedievale. Un tema caro all'autore che già dagli anni '70 sviluppava il tema individuando nella quotidianità il "malessere ereticale" dei boni homines, individuava il "credente", indicato eretico dagli inquisitori, "normale che desidera vivere concretamente, giornalmente, non eroicamente, il Vangelo, insoddisfatto dei modelli che l'istituzione ecclesiastica - sempre più irrigidita e rafforzata - gli propone come esclusivi, e che vede ogni modello non suggerito dall'istituzione come eversivo." 
Un eretico costruito, dunque, nato sulla incapacità di comunicare tra le parti durante il processo. Zanella esemplifica mettendo in evidenza la diversa quadratura che deve emergere nel corso del processo. Alle domande dell'inquisitore l'inquisito non risponde perché non sa di e su cosa argomenti l'inquisitore. Una incomunicabilità che trova origine nel fatto che all'inquisitore non "interessa minimamente entrare nel merito delle opinioni dell'inquisito" . Così la conclusione di Zanella si avvale di un testimone del tempo, il francescano Bernard Delicieux, che riusciva in qualche modo nel 1291 ad insinuare qualche dubbio nel re Filippo IV il Bello sui metodi usati in Linguadoca dagli inquisitori domenicani, ufficialmente incaricati dal 1233 (Gregorio IX, Inquisitio heretice pravitatis). 
Considerazioni di nicchia si potrebbe dire, quelle di Zanella, fuori da ogni circuito didattico, da ogni manuale anche di "origine" universitaria; forse la Garzantina, per la sua stessa natura divulgativa, potrà dare altra licenza ai risultati della ricerca che Zanella conduce ormai da 35 anni. (in download si possono scaricare precedenti lavori di Zanella sull'eresia alla pagina http://www.gabrielezanella.it/MieiLavori.htm) 
Altro tema di approfondimento della Garzantina è quello della piramide feudale, scheda di Giuseppe Albertoni. Consolidatasi in particolare a partire dal Settecento, ma già dalla metà dell'Ottocento messa in discussione da storici del diritto e delle istituzioni come Fustel de Coulanges, trovò il massimo di accoglienza per la sua efficacia modellizzatrice nei maggiori strumenti di divulgazione quali enciclopedie, manuali e media in genere. L'a. ripercorre la "fortuna" della piramide feudale su e giù per l'Europa occidentale, evocando momenti e situazioni in cui il modello si accordava alla contingenza, ma la conclusione è perentoria: "Se mi si chiede se l'uomo di un mio uomo è mio uomo la risposta è no." (Formula del XIV secolo) 
Eppure, anno Domini 2004, il lavoro redazionale per La Storia. Dall'impero di Carlo Magno al Trecento, La Biblioteca di Repubblica 2004, pag. 154, riusciva a corredare il paragrafo <Vassallaggio e beneficio> con una piramide feudale a colori che smentiva alla lettera il contenuto del testo: che avrà pensato l'autore?   
Altro vi sarebbe da dire sulla Garzantina, ma solo l'uso saprà dare il giusto riconoscimento al lavoro redazionale e al curatore dell'opera. 
 
 
Cantarella, Glauco Maria, Medioevo. Un filo di parole, Garzanti, Milano 2002  
 
Ci sono storici bravissimi che ricercano, scoprono cose interessantissime, ma si rivolgono ad un pubblico ristretto, ad un’élite, tengono quasi per sé le loro conoscenze, pubblicano su riviste inarrivabili per il lettore medio o per case editrici che hanno una circolazione unicamente universitaria; ci sono storici però che escono da questa forma ristretta di comunicazione e cercano di raggiungere un pubblico più ampio, un pubblico interessato a conoscere i risultati della ricerca cercando pubblicazioni accessibili in libreria o nella biblioteca di quartiere. Uno di questi storici è Glauco Maria Cantarella, allievo di Ovidio Capitani, insegna Storia medievale (con variazioni epitetiche di anno in anno: storia del pensiero politico medievale, storia dell’Europa medievale …) all’Università di Bologna e da alcuni anni ha intrapreso un viaggio molto personale (senza peraltro tralasciare il cammino della ricerca “alta”) che lo ha portato a scrivere libri come questo o il precedente Una sera dell’anno Mille. Scene di Medioevo, Milano 2000, o un libro per ragazzi come Il signore di Berzé. Viaggio di un cavaliere alla crociata, Trieste 1994, lavori con i quali Cantarella ha fatto un “tentativo di libertà della conoscenza”, intrapreso un modo per cercare di rispondere a se stesso e indicare agli altri cosa è stato il Medioevo e ciò che avvince (pur non essendo sempre condivisibile e da accogliere con molta precauzione ciò che si afferma nel libro) è la percezione di un Medioevo che continua e resta dentro di noi, perché se siamo tanto avvinti da mostri e mirabilie, se siamo spinti ad affollare le sale cinematografiche per un King Arthur o un L’ultimo cavaliere, perché se gli scaffali delle librerie si riempiono sempre più di discutibili e meno discutibili volumi sui Templari e il Sacro Graal, beh, forse è perché ogni giorno camminiamo nel Medioevo, per le strade di un’annebbiata Ferrara o una tortuosa Amalfi, per le calli di una mai inabissata Venezia o di una cinturata Lucca, perché entriamo in una università o in una chiesa. Da questo parte Cantarella, per rivisitare un Medioevo imperfetto, perché collocato in uno spazio aperto e in un tempo inconcluso e perciò imperfetto ed il Medioevo di Cantarella si sfaccetta, si colora, si diversifica, si riscrive, perché il Medioevo di Cantarella è ora meticcio, ora altro, stinto, colorato, eretico, sincretico, logico, servile, armato, spirituale, amaro, subalterno, cortese, cittadino, ebreo e marrano, multiplo e interrogativo, ma mai affaticato, perché il lettore legge d’un fiato le 198 pagine (bibliografia e indice dei nomi esclusi) di “questo non-libro” al termine del quale “forse, si potrebbe cominciare a studiare il Medioevo”.  
 
 
Cardini, Franco-Miglio, Massimo, Nostalgia del Paradiso. Il giardino medievale, Editori Laterza, Roma-Bari 2002  
 
“Recinzioni impenetrabili, una fontana perenne da cui si dipartono ruscelli che diventano fiumi, angeli annunzianti, fiere mansuete. E ancora: aiuole perfette, alberi sagomati e carichi di frutti, rose a spalliera e viti sposate all’olmo, prati verdi e fiori modesti o prorompenti, fonti e fontane, animali fantastici e piante immaginarie … Questi i giardini proposti dalle immagini miniate nei manoscritti medievali.” Sono le parole con le quali Franco Cardini e Massimo Miglio, storici ben noti al grande pubblico, introducono il loro bel libro sul giardino medievale. Da sempre il tema del giardino è nelle corde di Franco Cardini, più saltuario invece l’interesse di Miglio, e proprio da questa concomitanza di interessi esce un risultato a tutto tondo che, nella raffinata veste tipografica, consente al lettore un quadro di sintesi efficace e di gradevole lettura. Il percorso abbraccia l’intero medioevo ed il tema del giardino viene sviluppato partendo dai modelli e dalle influenze dei modelli classici, il locus amoenus, che gli uomini del medioevo percepivano solo come descrizione letteraria, o i giardini di Babilonia, e dei modelli biblici, l’Eden, l’hortus del Cantico dei Cantici o il giardino di Giuseppe d’Arimatea. Si entra quindi nei giardini laici, borghesi, signorili, nei giardini monastici o contaminati come il progetto di giardino per la certosa di Firenze elaborato dal fondatore Nicola Acciaiuoli (interessanti in proposito i contributi su quel giardino di E. Penoncini, Il giardino della certosa del Galluzzo, in La Certosa di Firenze e i primi vent’anni di vita cistercense, Firenze 1978, F. Cardini, Il giardino dell’Acciauoli, in Tra libri e carte, a cura di T. De Robertis, C. Savino, Firenze s.d.), e ancora nei verzieri o nei giardini d’amore. Un volume che percorre e ripercorre la storia del giardino medievale, rapendo il lettore in un viaggio attraverso la diversificata e variegata tipologia del giardino, fino agli orti umanistici e al giardino rinascimentale.  
 
 
Gasparri, Stefano, Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichità e Medioevo, Carocci editore, Roma 2001 (3a ed.)  
 
W. Pohl, Le origini etniche dell’Europa. Barbari e Romani tra antichità e medioevo, Viella, Roma 2000  
 
C. Azzara, Le invasioni barbariche, il Mulino, Bologna, 2003 (nuova ed.)  
Idem, L’Italia dei barbari, il Mulino, Bologna 2002  
 
I quattro volumi costituiscono importanti passaggi per conoscere, alla luce degli sviluppi storiografici e della ricerca archeologica, il processo di trasformazione che portò dall’antichità al medioevo. Tutti hanno una caratteristica condivisa: pur non essendo stati concepiti per un vastissimo pubblico - il volume di Pohl è addirittura un’importante raccolta di saggi quasi tutti apparsi in lingua straniera e rivolti ad un pubblico di specialisti – sono dotati di grande chiarezza espositiva e i lavori di Gasparri e Azzara sono pensati come sintesi di temi che da tempo languivano sul piano di una qualificata divulgazione. Quello che accadde tra IV e VI-VII secolo rappresentò un fatto di estrema importanza, poiché il crogiolo nel quale si mescolarono etnìe e popoli, regni e imperi sta alla base delle nazioni e della civiltà occidentale. In particolare i volumi di Gasparri e Pohl, chiariscono i fraintendimenti sull’origine dei popoli europei, che le ideologie nazionali del secolo scorso hanno prodotto con una lettura veloce e molto settoriale delle fonti. Le due sintesi di Azzara, invece, tracciano un profilo tematico di storia politico-sociale che si spinge fino alle popolazioni slave dell’est europeo ed alle invasioni saracene, ungare e normanne dei secoli X-XI; hanno il merito, inoltre, di offrire una sintesi su un tema, quello delle migrazioni, spesso lette in modo “impropriamente attualizzante”, con una apertura significativa sullo stato della ricerca, sui risultati più recentemente acquisiti, ma anche “ad indicare le ulteriori, e auspicabili, linee di sviluppo dell’indagine storica.” Buone letture che possono senz’altro contribuire ad eliminare alcuni stereotipi della conoscenza storica mediata dalle storiografie dell’Otto-Novecento.  
 
 
Cipolla, Carlo Maria, Allegro ma non troppo, con Le leggi fondamentali della stupidità umana, il Mulino, Bologna, 1988.  
 
A volte si ha un'immagine seriosa degli storici, spesso legata all'esperienza universitaria che abbiamo fatto. A volte, invece scopriamo personaggi dotati di grande umorismo, più raramente questa dote la troviamo nei loro scritti. Cipolla (1922-2000) è stato uno storico notevole e di grande successo anche editoriale; in questo volumetto ha raccolto due brevi scritti: nel primo ricostruisce in modo giocoso la storia economica del Medioevo attraverso il ruolo del pepe nello sviluppo economico medievale; nel secondo elabora una divertentissima teoria della stupidità umana. Ovviamente il volumetto non è solo un "divertissement" dell'autore: al termine della lettura non si può non pensare e riflettere molto, ma molto a fondo.  
 
 
Barbero, Alessandro, Carlo Magno. Un padre dell'Europa, Editori Laterza, Roma-Bari 2002 (EL 310)  
 
Con stile accessibile ad un pubblico vasto, l'autore, docente di Storia medievale presso l'Università del Piemonte Orientale, traccia un profilo biografico del grande imperatore e, al tempo stesso, alla luce degli esiti storiografici e archeologici più recenti, ricostruisce il quadro geografico, politico, sociale ed economico dell'Europa occidentale dalla seconda metà dell'VIII secolo alla morte di Carlo. 
 
 
Houben, Hubert, Normanni tra nord e sud. Immigrazione e acculturazione nel Medioevo, Di Renzo Editore, Roma 2003.  
 
Houben è docente di storia medievale all'Università di Lecce ed in questo volume affronta la storia degli "uomini del Nord" in modo immediato, senza far ricorso a note a piè di pagina, che solitamente infastidiscono il lettore non specialista; un libro chiaramente divulgativo, ma con tutte le carte in regola perché al termine della lettura il quadro di conoscenza si sia arricchito di importanti conoscenze ed il lettore si senta pronto per approfondire i diversi temi del "mondo normanno", soprattutto sulla domanda che fa da titolo al capitolo conclusivo: Immigrazione e acculturazione; un modello normanno? Il libro si conclude con le tavole cronologiche relative ai primi quattro capitoli, una bibliografia di approfondimento e, che fa sempre piacere trovare, un indice dei nomi.